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Sono una delle due. L’altra è mia sorella. Dove siamo? In un furgon albanese che ci sta portando a Tirana. Perchè proprio questa foto come presentazione? Perchè qui c’è un po’ tutto delle mie priorità, delle cose che amo, delle persone che amo. Qui c’è un po’ tutto di me. Non potete sentire la musica, ma giuro che c’è. Benvenuti nel mio blog. Cercatemi anche sul mio sito: http://www.niclasisto.it e su instagram. A casa mia solo su invito, magari vi preparo una buona cena. Ah ecco! Questo non c’è in questa foto: il mio metro ed ottanta di cucina, luogo di silenzio per la mia testa. Con acufene.

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Racconti di Macedonia, 7. Ülkü

Anche questo incontro non ha affatto il sapore della casualità. Quella giornata non era iniziata al meglio: il problema con Krenar della Pansion Bianko continuava ( e continua: per aggiornarvi) e ci aveva portate ad uscire molto in ritardo rispetto a quanto previsto; il navigatore non ci aveva prontamente segnalato una svolta a destra, talmente tanto a destra che l’avevamo già sorpassata e ci aveva costrette ad un giro di una ventina di km in autostrada. Inoltre il sentiero che avrebbe dovuto prevedere una passeggiata di 20 minuti per raggiungere Sveti Nikola a Matka, in realtà si era rivelato una vera e propria mezza arrampicata di oltre un’ora e che aveva messo a durissima prova il rimasuglio scarso di cartilagine del mio ginocchio sinistro. Insomma, era una giornata dagli umori un po’ mestruali e noi eravamo la valvola di sfogo. Questo aveva influito un po’ sulla nostra serenità, fino all’incontro che ci ha ricordato che nulla è riservato al caso e che se non avessimo subito il ciclo universale, non avremmo mai avuto il piacere di conoscere Ülkü. Eravamo sedute all’ombra della fontana esagonale della grande mosche di Glumovo quando l’abbiamo incontrata. La sua bellezza non lasciava certo indifferenti ed il suo elegante vestito blu elettrico parlava di una donna moderna ed alla moda. Sorridendo, le abbiamo lasciato lo spazio per iniziare le sue abluzioni prima della preghiera, sorridendo l’abbiamo osservata lavarsi piedi ed orecchie, estrarre il suo asciugamani dal beautycase, indossare calze pulite e cambiare la sua pashmina celeste per indossarne una nera. Dal canto mio la curiosità era tanta: avevo assistito molto raramente alla preparazione alla preghiera di una donna ed ancor meno volte avevo assistito alla loro preghiera. Avvertivo anche che la curiosità era reciproca ed il tempo insieme mi dimostrerà quanto effettivamente fosse così. Le chiediamo gentilmente di poter assistere alla sua preghiera e lei accetta. Il nostro comunicare non è semplice, lei è turca e non parla inglese ma conosce le parole necessarie per comprendere la nostra curiosità. Siamo rimaste appoggiate alla parete della zona riservata alle donne tutto il tempo. Ülkü ha aperto la sua applicazione iphone ed una melodia vocale si è diffusa nella moschea deserta. Così ha iniziato a pregare e nella dolcezza del momento, ci siamo ritrovate assorte in quella melodia, in quel non silenzio, in quei movimenti lenti e ginnici ed è stato un momento di condivisa intimità. Quando mi sono avvicinata per fotografarla, mi ha invitata a sedermi accanto a sè, sulle ginocchia e con i piedi sotto i glutei e mi ha mostrato i versetti del corano che stava ascoltando. Non era semplice per me capire ma mi sono sforzata e mi sono sforzata di associare a quella melodia le parole che, scorrendo, cambiavano colore. Da sinistra verso destra, in una sorta di magico karaoke della preghiera. Ed io mi sono sentita tanto piccola quanto grande e, come sempre, ho inspirato per gratitudine ed ho goduto appieno di un momento che non mi ricapiterà forse mai più. Al termine della preghiera abbiamo scattato una foto insieme e, ridendo, la moschea è diventato il nostro luogo d’incontro e di condivisione. Ülkü ci ha poi chiesto di rimanere un po’. Era con un amico che parlava inglese e le avrebbe fatto piacere chiederci delle cose. Così siamo diventati i quattro amici al bar, al bar Rimmini di cui vi ho già raccontato e abbiamo scoperto tanto di noi ma soprattutto abbiamo scoperto quanto Ülkü fosse rimasta colpita dalla nostra curiosità. Voleva sapere perchè avessimo deciso di seguirla ed ha piacevolemente condiviso la nostra voglia di capire la fede poichè certe di essere figlie di un unico Dio. I suoi occhi erano pieni di profonda gioia mentre ci descriveva perfettamente quanto si entri in uno stato di concentrazione durante la preghiera; ci ha spiegato quanto non contino nè il luogo nè le persone intorno: pregare è un atto totalmente personale. È la connessione con sè stessi. Abbiamo parlato anche delle nostre vite personali e la sua vita mi è sembrata alla ricerca della libertà. Abbiamo parlato delle nostre convivenze e dei nostri amori e lei, sorridendo di gran gusto, apprezzava la nostra convinzione che, per essere una famiglia, non si deve affatto passare da una festa o da una formalità, è il rispetto reciproco a crearla, è la dedizione, sposati o meno. Le sue domande avevano un’aria di scoperta, un’ingenua curiosità. Ho pensato così alla Turchia ed alla difficoltà che le donne hanno di poter scegliere l’idea di famiglia. Eppure quando si parla di libertà, non c’è religione che tenga, non c’è politica, stato che tengano: le persone in cerca di libertà si riconoscono, ovunque, senza alcun confine. Purtroppo non tutte su ritrovano, ma di certo si riconoscono. Grazie Ülkü, grazie perché i tuoi occhi mi hanno donato la libertà di pregare con te. E per te. E per noi. E per la libertà tutta. Vieni a trovarci presto.

Racconti di Macedonia, 6. Sveti Jovan Bigorski

Eravamo già passate il giorno prima davanti a quel monastero, percorrendo la bellissima strada fra Mavrovo e Jance all’interno del Parco Nazionale ma l’aspetto da ristorante, che poi ristorante era, che avevamo incautamente affibbiato al monastero, giusto qualche centinaia di metri inoltrato nel bosco, ci aveva fatto desistere da quella tappa e proseguito per la meta. Ma il giorno successivo, al cui risveglio la meravigliosa casualità del viaggio ci aveva portate ad incontrare una splendida coppia di macedoni residenti in Italia (la cui storia porteremo sempre con noi) proprio lì a far colazione accanto a noi nello splendido Tutto Hotel, parlando con la loro fervente energia e con la loro conoscenza della Macedonia, abbiamo capito che il monastero di San Giovanni Battista, Sveti Jovan Bigorski, doveva essere la nostra tappa. Chiaro è che nulla fosse riservato al caso, chiaro è che qualcosa di inaspettato ci avrebbe atteso lì. Così è stato. Catapultate in una strana aria di festa, circondati da gente in visibile stato di attesa, monaci e monache indaffarati in, a noi poco note, attività, abbiamo capito che un matrimonio ci aspettava. Abbiamo visto lo sposo ed abbiamo capito che era proprio un matrimonio tradizionale Mijaci/Мијаци a sorprenderci lì dove avremmo dovuto già essere il giorno precedente ma che appare ora evidente non essere mai stato il giusto momento per noi. Così vi abbiamo partecipato: abbiamo con la nostra fantasia definito ruoli, decifrato suoceri e cognati, nipoti e gradi di parentela. Abbiamo optato per lo sposo fratello di uno dei monaci, quest’ultimo attore importante dei preparativi per lo sposo, e che, definito ben presto ”il monaco fratello”, tesseva caldissimi sguardi d’intesa con lo sposo e sono stati proprio questi sguardi, ben più che l’inequivocabile forma delle orecchie, a lasciarci stabilire il legame di fratellanza. Ne abbiamo apprezzato il rito: ascoltato le voci di monaci e suore pregare cantando, riconosciuto il Patriarca guida spirituale, apprezzato le litanie e adorato la gestualità. Ci siamo emozionate nel momento dell’accensione delle candele, dell’incoronamento degli sposi, della divisione del pane, del baciamano del Patriarca, del giro intorno al leggio, davanti alla splendida iconostasi opera di Petre Filipov-Garkata del villaggio Gari (1830-35), del saluto ai parenti e della benedizione fuori nel patio terrazzo. Non posso fornirvi informazioni precise in merito al rito perché non conosco, mio malgrado, così bene i rituali ortodossi ma posso dirvi che, come sempre, l’emotività esula da qualunque dogma, scelta o imposizione: l’atmosfera che certi momenti generano spalancano l’universalità dell’uomo, all’uomo stesso. I nostri più sinceri auguri sono stati personalmente espressi, sia perché sentiti, sia perché in un certo senso dovuti. In fondo siamo state presenti partecipi con sincera gratitudine a questo momento. Forse probabilmente abbiamo anche usurpato un piccolo momento di intimità quali turiste, che poi in fondo proprio turiste non siamo. Non so se loro in realtà hanno apprezzato la nostra presenza ma posso testimoniare la nostra indubbia buona fede, carica tra l’altra d’immensa gratitudine per averci regalato un momento di tale autenticità. Che la vita vi incoroni per sempre!

Racconti di Macedonia, 5. Glumovo

Bar Rimmini, villaggio di Glumovo. Direzione Matka da Skopje o viceversa, come nel nostro caso. È la zona con i tavolini esterni a richiamarci al bar. Ed è qui che ne conosciamo il proprietario. Un uomo di 45 anni, forse dall’aspetto un po’ più adulto, che subito coglie la nostra provenienza e subito diventa racconto della sua esperienza italiana. Lo ascoltiamo con piacere davanti ad un espresso “italiano”, detto con orgoglio macedone (anche se poi in realtà lui si sente albanese, ma questo sarebbe un altro racconto adattabile a decine di persone incontrate) e nella mia testa inizia il film. Il nostro giovane amico in Italia lavorava ad uno di quei banchetti per strada dove si può partecipare, dopo lauta scommessa, ad un gioco con le carte o i dati, insomma quei giochi in cui devi indovinare dove un qualcosa finisce, in seguito ad una scaltra e veloce azione del gestore del banco. Avete capito no? Quante volte avrete assistito a quelle dichiarate truffe, pensando roba del tipo: “che cretini! Perché farsi truffare così?”. A me è capitato centinaia di volte in giro per lo stivale. Dunque: il suo racconto risveglia la mia componente investigatrice, la quale parte in risate cariche di aspettative e scoperta: “Ma sono tutte complici le persone intorno? Ma partecipa gente a queste cazzate? Ma perdete mai? Come si tesse la tela dei polli?”. Ma per fortuna rientro in me e come sempre la cosa inizia ad apparirmi in modo diverso. Cosa mai può spingere un uomo ad abbandonare la propria terra, la propria famiglia, per sopravvivere lontano da casa, imbrogliando la gente con giochi simili? Sicuramente una prospettiva migliore, un riscatto, una via di uscita da un quotidiano male…. ma: può bastare essere dietro un banchetto simile per riguadagnarsi una vita? Ecco: forse a volte dobbiamo rassegnarci al concetto di “fortuna”. Direte: che scoperta! Ok, mi connetto a voi! Però un conto è pensarlo, un conto è crederlo ascoltando due occhi. Io non credo che il nostro giovane amico fosse una persona desiderosa di truffare l’altro. Non vedevo nel suo caffè offerto alcuna premeditazione cattiva, di nessuna natura. Non vedevo in lui un truffatore, arrestato, come egli stesso ci raccontava. Io vedevo in lui una persona che, per andare via dalle difficoltà legate a politica e guerra, improvvisava in un altro paese l’unica strada che in quel momento a lui era aperta: la truffa. Io vedevo in lui un uomo imbarazzato, anche un po’ provato. Così l’incontro con il giovane uomo mi conduce appunto a riflettere sulla mia superficiale magra convinzione che chi fosse dall’altro lato del banchetto fosse un puro ladro. Sì è vero, avete ragione: lo è. Ma lo è per natura cattiva o lo è per sopravvenuti intoppi, per chiamarli in modo leggero, della vita? Lo è per unico passaggio obbligato o lo è per aspirazione? Forse questo incontro dal nome che fatichiamo a ricordare ha cambiato la mia prospettiva ricordandomi che non esiste la verità assoluta e che non si può assolutamente pretendere di detenerla. Ogni storia va ascoltata, in ogni storia c’è una componente di scelta, questo è indubbio, ma in ogni storia c’è sempre anche una componente di casualità, di pianeti secondari, di attività contingenti che dovrebbero ricordarci sempre che i luoghi comuni, le facili prese di posizione, sono piuttosto inutili, se non roba da tonti e per questo campanello risuonante io ringrazio il nostro amico al bar, l’amico del Rimmini bar: Grazie! Che la fortuna assista te, tua moglie ed i tuoi tre figli.

Racconti di Macedonia, 4. Gostivar.

Ci avviciniamo timidamente all’ingresso della moschea. C’è sempre un po’ di confusione nelle nostre teste occidentali quando ci si appresta a farlo. Non per timore sia chiaro, ma per dichiarata ignoranza nei confronti di un mondo che non solo conosciamo poco ma che soprattutto ci viene presentato male. Veniamo così accolte da una figura che si mostra sicura e rassicurante. È Sebaedin, il muezzin della Moschea di Gostivar, cittadina a pochi km da Tetovo, municipalità albanese del nord della Macedonia. Conosciamo Seba, lo chiamano tutti così, entrando nel cortile della moschea. È venerdì, ed il venerdì è un giorno speciale per i musulmani. È il giorno della preghiera comune. Fuori la gente, in prevalenza anziani, si prepara a pregare. Delle donne non vi è ancora presenza. “Sono a casa a lavorare”: ci dice Seba. Nonostante le donne non siano ammesse nella zona principale della bella moschea, ci fa comunque accomodare dopo i soliti riti abituali: piedi nudi e capo coperto. Ci racconta della sua vita, del suo passato tedesco e della sua famiglia e noi lo ascoltiamo con piacere perché la sua voce ha un’innata melodia che incanta. Ci mostra lì dove invita alla preghiera, ci mostra come si prega, dove insegna l’arabo ai bambini e dove lava il corpo dei defunti. Il suo modo di fare è calmo e rilassato, sicuro e deciso. Un’atmosfera magica si genera: Dio diventa unico e solo e noi da cristiane ci sentiamo felici ospiti di una casa musulmana. Non c’è distanza e soprattutto non si sente alcuna distanza. Seba ci regala due tappeti. Due di quei tappeti per la preghiera che diventano subito parte integrante del nostro viaggio e diventano subito prezioso regalo spirituale più che materiale. Immediatamente si radica in me questo atto di condivisione e tolleranza e apprendo consapevole che porterò sempre con me il gesto di una meravigliosa persona che ha un ruolo fondamentale per tanta gente e per la sua comunità. È vero, non professa la mia fede (o sono io a non professare la sua) ma ha tanta voglia di unirsi a noi nello stesso magico cerchio della curiosità. Ora il mio tappeto è nella mia casa, tanto quanto è nel mio cuore e Seba resterà per sempre un grande amico di quei giorni macedoni, un amico speciale che ha fatto di noi due persone felicemente sorridenti. Grazie Seba, che Dio, in qualunque forma e nome, sia con te e con la tua famiglia. Salam alekum. Alekum Salam.

Madonna della Stella – S. Costantino Albanese

San Costantino Albanese è il mio luogo da tempo. Mi ci ritrovo molto più spesso ad andare. Vi porto le persone che amo e le sue piccole strade scandagliano i miei ricordi come una macchina del tempo. Ma alla feste della Madonna della Stella non avevo mai partecipato. Maggio è sempre stato un mese particolare nella mia vita, ho sempre dovuto evitare per non sovrappormi al mio compleanno ed ai viaggi che,legato ad esso,cercavo di realizzare. Quest’anno è tutto troppo difficile. Mille storie si stanno susseguendo ed io ho mille paure che mi costringono a rivedere sogni ed abitudini. O forse semplicemente era arrivato per me il momento di condividere questa festa con il paese intero.

Quest’anno la festa è stata un po’ sottotono. Alcuni abitanti mi dicono che il vigile urbano è purtroppo venuto a mancare ed in paesini come questi certe perdite rappresentano lutti di famiglia per tutti. Ma le tradizioni hanno la loro importanza e la statua della Madonna deve far ritorno, per fede e devozione, nel sua dimora sù in collina.

La festa della Madonna della Stella è la più importante di San Costantino. Si svolge la seconda domenica di maggio ed è composta da un rito religioso ed uno pagano.

Dopo la santa messa di rito bizantino ortodosso, all’uscita della statua dalla chiesa, nella piazza principale, vengono fatti esplodere i Nusazit, letteralmente “sposini”, pupazzi di carta pesta che rappresentano, in ordine di esplosione, i fabbri (Furxharet), l’uomo con cappello tradizionale (Kapjel Picut), la donna (Nusja) in abito tradizionale (Stullite) ed il Diavolo (Djallthi) raffigurato secondo la tradizione albanese con due teste, 4 corna, i piedi a forma di zoccolo, la forca e la catena del paiolo. Questa esplosione è propiziatoria per la comunità intera ed è molto sentita dagli abitanti che vi partecipano a gran voce. Al termine di questo rito pagano, la banda inizia a suonare e la processione parte per le piccole vie del paese, salendo fino alla collina, per raggiungere il piccolo santuario che è stato costruito lì dove la Madonna è apparsa alla piccola pastorella Brasilia. Durante il tragitto, si condividono vino e taralli; piccole soste in paese, dove gli abitanti sistemano un tavolo imbandito ed i fedeli si fermano in convivialità.

Raggiunto il piccolo santuario, l’effige viene risistemata al suo posto, dove vi rimane fino a tre settimane prima della successiva festa, quando “scende” nella chiesa di San Costantino e Santa Elena, la principale del paese.

E’ inutile dire che certe tradizione vanno sempre più scemando e che la modernità non le aiuta a restare autentiche fino in fondo. Questo è purtroppo un dato di fatto che accomuna molte realtà storico culturali delle nostre terre e, forse, non solo. Resta il fatto che, provando ad escludere certe sovrastrutture, le emozioni di taluni incontri, sono impagabili ed indescrivibili e che la fede racchiude sempre dei rituali che riportano indietro ad una primordiale energia che, respirata, fa sentire meno soli e cittadini del mondo.

Memorie personali

C’è stato un momento in cui, terminata una lunga convivenza, casa mia non è più apparsa casa mia. Per la mia anima quel posto non rappresentava più casa. In quella precisa fase, una serie di crepe si sono presentate. Giorno dopo giorno imponevano sempre più la loro presenza, alimentando ulteriormente quella terribile sensazione di non appartenenza. Dopo un’estenuante attesa, il verdetto: campata troppo lunga. Intervento. Oggi la casa è in cura, guarirà del tutto fra qualche anno. Ed io… io sono ancora un po’ provata, da quella separazione e da quello strano destino simbolico che ha minato le mie fondamenta, così come quelle reali della mia casa. Ancora mi dico: c’è tempo. Intanto una fase è passata ed io ne sono lieta. Ho alcune mattonelle diverse e ancora quelle crepe, ma le fondamenta sono armate. Il domani di queste mura è ancora in stand-by ed io ricorderò questo momento, per sempre, così.

Callaréun

Mi commuovono sempre questi rimandi alla tradizione. O forse rattristano. Mi fanno pensare che qualcosa sia stato perso per strada e che il vero spirito di condivisione, ora legato a concetti come post e like, sia stato soppiantato da individualismo ed egoncentrismo. Caratteristiche che ci rendono forse più cittadini del mondo ma meno cittadini della nostra terra, delle nostre tradizioni e ci fanno guardare meno al prossimo e meno ai problemi delle nostre terre. Nello scenario delle tradizioni pugliesi ci sono i calderoni di San Giuseppe a Sannicandro di Bari, evento che rievoca l’antica tradizione dei “Callaréun” e dei grandi falò di primavera, quando in segno propiziatorio, si bruciavano legna e sarmenti dell’annata agricola precedente per confidare in un’annata successiva ricca di positività, aspettative e frutti per i contadini tutti. Così le donne sannicandresi si privano di legumi conservati in casa per cuocerli nei grandi Callarèun e li distribuivano ai vicini durante le feste di aggregazione rionale intorno al fuoco in un grande clima di condivisione che rafforzava i rapporti fra i Sannicandresi e donava loro momenti di gioia e serenità nel nome del Santo Patrono del paese, San Giuseppe. Il tutto accompagnato da un buon vino primitivo delle campagne sannicandresi. Non so cosa oggi possa essere rimasto di quel significato così profondo e sociale ma so per certo che osservare l’impegno per organizzare una tavolata ricca, osservare gente che apporta il proprio contributo con bevande, pane etc ha ancora un sapore genuino e popolare, quel sapore che a volte appare frutto della mia immaginazione, altre volte corrisponde a realtà. Questo è uno di quei casi. In giro tutte le voci dicono che “non è più la stessa cosa”, che ogni anno è “sempre più fiacco” ma io confido nel futuro e spero che ai giovani rimanga la voglia di conservare la propria origine che, in fondo, altro non è che originalità …